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L'eccidio

Monumento commemorativo delle vittime della strage del Padule Fango e labirinto, di canali e sentieri: il Padule sembrava un buon rifugio e moltissimi sfollati andarono ad articolare ulteriormente un quadro comunitario che già prevedeva barchini e capanni, pastori e cacciatori, pescatori e contadini. Ma per i Tedeschi i luoghi difficili erano soprattutto infidi: e senza reali verifiche immaginarono il Padule controllato da massiccia presenza partigiana.
Da qui l’operazione di grande rastrellamento pianificata su tutta l’area dal generale Eduard Crasemann per il 23 agosto 1944: impossibile sfuggire all’accerchiamento e inevitabile la carneficina. Si salvarono solo quelli rifugiati al centro del Padule, dove i tedeschi pensavano fosse troppo rischioso addentrarsi. La strage continuò per ore, tra argini e fossi, case ed aie,  sofferta lungo tante diverse storie personali. Più spesso di morte, qualche volta di salvezza. Storie legate al caso, all’intuito, a un aiuto, alla lettura di suoni e di voci, all’indecisione o alla prontezza. Così, pochi mesi dopo, ricordava un giovane scrittore, Giangiacomo Micheletti:

E gli uomini fuggivano. Gli uomini non erano altro che fuga, campi e ciottoli, poggi e valli, altro che nascondigli e rifugi, alberi e siepi, fosse, canne, distese di grano. Gente che aveva della bestia selvatica, negli occhi e nell’odore, della bestia cacciata con una implacabile tenacia”.

Al termine le vittime saranno 175: e tra queste  solo 69 gli uomini adulti in età di leva.
Al processo, nel 1947, al capitano Strauch verrà chiesto:
D.: “.. Voglia rispondere alla domanda e per favore non perdere tempo. Dice o no che alcuni bambini italiani furono colpiti a morte in questa operazione ?
R. ”.

L'eccidio

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