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Le inchieste e i processi

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Contribuirono alla strage diversi fattori: l'erronea  informazione relativa alla presenza di bande di partigiani nel territorio del Padule, le direttive emesse da Berlino per la "lotta contro le bande" e, in particolar modo,  gli ordini emanati dal Feldmaresciallo Albert Kesselring disposto a reprimere la resistenza anche a discapito della popolazione civile.
Le direttive prevedevano l'arresto dei partigiani o la cattura come prigionieri; in realtà, Kesselring ordinò di far fuoco in caso di attacco, anche sacrificando i civili inermi.

Testimonianze dei superstiti

Le commissioni di inchiesta angloamericane, grazie alla collaborazione del comando dei carabinieri di Monsummano, raccolsero 169 testimonianze fornite dai sopravvissuti alla strage, essenziali  per  l'identificazione dei responsabili e per dimostrare la mancata appartenenza dei civili alla resistenza partigiana.
I testimoni raccontarono di trovarsi in Padule per rifugiarsi dai bombardamenti e dalle rappresaglie dell'esercito tedesco; molti si salvarono perché tornarono nei propri villaggi o riuscirono a penetrare nelle zone più interne della palude. 
Coloro che non riuscirono a fuggire, si finsero morti per non essere fucilati. Quasi tutti i testimoni dichiararono di non essere partigiani e di non aver collaborato con le  organizzazioni partigiane.

I condannati

Tra i condannati, oltre a Crasemann, il generale a capo del reparto della 26ª divisione corazzata tedesca, emerse anche il Feldmaresciallo Kesselring, poiché risultò che le rappresaglie  furono ordinate dall'alto.
Dei 45 ricercati, soltanto due vennero condannati in seguito al processo di Venezia: il capitano Strauch e il comandante Crasemann.
Il comandante Kesselring fu condannato a morte per i crimini di guerra commessi da un tribunale militare britannico a Mestre. Successivamente, la sentenza di morte fu commutata in carcere a vita ma, nel 1952 fu definitivamente scarcerato a causa della sua precaria salute.
Dopo 67 anni, nel maggio del 2011,  il Tribunale militare di Roma ha condannato all'ergastolo i  militari tedeschi accusati della strage del Padule di Fucecchio disponendo, ai familiari delle vittime, un risarcimento di 13 milioni. Gli imputati, tutti ultra ottantenni, sono stati accusati di “aver causato la morte di 184 persone che non prendevano parte ad operazioni belliche”. 
Si tratta dell’ex capitano Ernst Pistor, dell’ex maresciallo Fritz Jauss,  dell’ex sergente Johan Robert Riss e dell’ex tenente Gherard Deissmann, morto nel corso del processo.
Secondo quanto emerso in fase processuale, tra le 5 del mattino e le 2 del pomeriggio del 23 agosto 1944, i soldati della 26ª divisione corazzata dell’esercito tedesco, rastrellarono i casolari tra le province di Firenze e Pistoia, alla ricerca di partigiani, trovandovi solo famiglie di contadini e sfollati.
Uccisero senza pietà tutte le persone che trovarono. A comandare la squadra il maresciallo Jauss.
Nel processo, oltre a diversi comuni della zona interessata alla strage e ai familiari delle vittime, si sono costituite parti civili la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione Toscana e la Provincia di Pistoia.

L'eccidio

MUmeLOC MUSEO DELLA MEMORIA LOCALE CERRETO GUIDI